Nel mio percorso professionale, mi capita spesso di trovarmi di fronte a casi in cui la scena del crimine o i referti medici non dicono tutto. Ci sono morti che restano avvolte nel dubbio: è stato davvero un suicidio? Un tragico incidente? O siamo di fronte a una messa in scena magistralmente orchestrata?
Proprio per rispondere a queste domande, ho pubblicato insieme al Prof. Silvio Ciappi un approfondimento sulla Rassegna dell’Arma dei Carabinieri dedicato a uno strumento che ritengo fondamentale in un’attività d’indagine: l’Autopsia Psicologica.
Che cos’è l’Autopsia Psicologica?
A differenza dell’autopsia medico-legale, che analizza il corpo, l’autopsia psicologica è una sorta di “perizia retrospettiva” della mente. Il nostro obiettivo, come investigatori ed esperti, è quello di indossare le vesti dello storico: analizziamo i dati di oggi per ricostruire lo stato mentale, lo stile di vita e i conflitti di una persona prima del decesso.
Non cerchiamo solo “come” una persona è morta, ma “perché”. Studiamo il profilo della vittima perché siamo convinti che esista sempre una dinamica sistemica che unisce chi subisce l’evento e chi (eventualmente) lo provoca.
Quando entra in gioco questo strumento?
Nel nostro articolo, abbiamo evidenziato come questa tecnica sia preziosa in diversi scenari:
- In ambito penale: Per la cosiddetta “diagnosi differenziale” tra omicidio, suicidio e morte accidentale. È uno strumento formidabile per smascherare lo staging (le messe in scena) o per accertare reati come l’istigazione al suicidio.
- Nella ricerca degli scomparsi: Anche in assenza di un cadavere, ricostruire il profilo psicologico aiuta a capire se l’allontanamento sia stato volontario o forzato.
- In ambito civile e del lavoro: Per valutare la capacità di intendere al momento di atti giuridici (come un testamento) o per chiarire le responsabilità in caso di incidenti sul lavoro.
Come si realizza: il rigore del metodo
Perché un’indagine di questo tipo abbia valore legale e scientifico, non può basarsi su intuizioni. Insieme al Prof. Ciappi, abbiamo discusso l’importanza di protocolli standardizzati come il MAPI (Modelo de Autopsia Psicologica Integrado).
Il lavoro si basa sulla raccolta minuziosa di informazioni attraverso:
- Interviste relazionali: colloqui con familiari, amici e colleghi per capire il vissuto della vittima.
- Analisi documentale: Studiare cartelle cliniche, messaggi, social network, diari e persino la cronologia web.
- Grafologia: Spesso integriamo l’analisi della scrittura per far emergere tratti di personalità che nessuna persona potrebbe conoscere.
Restituire voce a chi l’ha perduta
In definitiva, l’autopsia psicologica non è solo una procedura tecnica, ma un atto di giustizia verso la verità. Come abbiamo sottolineato nel nostro lavoro, integrare lo studio della mente nell’analisi della scena del crimine significa colmare quel vuoto che spesso separa un caso irrisolto da una sentenza corretta.
Il mio impegno, attraverso la ricerca e l’attività peritale, è far sì che la narrazione di una vita non si interrompa bruscamente con il decesso, ma che ogni traccia psicologica lasciata dalla vittima possa contribuire a fare chiarezza. Perché dietro ogni fascicolo giudiziario c’è una storia che merita di essere compresa fino in fondo, onorando la verità dei fatti e la dignità della persona.
Se vuoi saperne di più leggi l’intero articolo al link di seguito: https://www.carabinieri.it/Internet/ImageStore/Magazines/Rassegna/Rassegna%202022-4/index.html#p=25